Dolomiti patrimonio naturale UNESCO:
storia, valori, paesaggi
Conferenza con il geologo Marco Avanzini5 agosto 2011
Il recente riconoscimento da parte dell'UNESCO delle Dolomiti come partimonio naturale dell'Umanità rappresenta l'ultima tappa di un lungo percorso di studio e conoscenza che affonda le sue radici nell'Europa del 1700.
Questo gruppo di montagne, racchiudono una storia naturale e umana che ha pochi confronti al mondo. Attraverso lo studio delle loro rocce si sono posti alcuni dei fondamenti della geologia moderna e ancora oggi in esse vengono cercate le spiegazioni a fenomeni geologici globali. La serata proposta dal Museum Gherdëina (Museo Val Gardena) è l'occasione per fare il punto su cio che oggi conosciamo relativamente ai principali gruppi dolomitici e ai territori che li circondano.
Dott. Marco Avanzini è conservatore responsabile della sezione di Geologia presso il Museo delle Scienze di Trento. Le sue ricerche sui rettili condotte nelle Dolomiti negli ultimi hanno tra l’altro anche portato alla preziosa collaborazione con il Museum Gherdëina, che vanta un’importante sezione dedicata all’affascinante geologia delle Dolomiti.
Un grazie per la collaborazione a: Associazione Turistica Ortisei, Val Gardena Marketing e Union di Ladins Gherdëina.
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DOLOMITI: PATRIMONIO DELL’UMANITA’
Le Dolomiti rappresentano uno dei luoghi privilegiati dove ricostruire processi geologici e biologici passati e dove mettere a punto le teorie e i modelli su cui si basa la geologia moderna. Dietro la bellezza dei loro paesaggi, queste montagne celano infatti una mole inimmaginabile di informazioni scientifiche. Molti notano che i singolari accostamenti paesaggistici di queste montagne sono strettamente legati alla natura delle rocce che ne formano il substrato: mentre le zone a quota meno elevata sono costituite da rocce scure o multicolori, le cime più alte sono composte di masse rocciose chiare con pareti imponenti e fianchi a strapiombo.
L’evidente relazione tra paesaggio e lo sviluppo geologico della regione ha suscitato l’interesse del mondo scientifico fin dalla fine del XVIII secolo: i fossili abbondantissimi, testimoni pietrificati delle epoche passate, erano lì a raccontare in che modo vulcani, deserti, mari tropicali e profondi oceani si erano succeduti nel tempo dando forma a una serie unica di strati rocciosi.
Le montagne dolomitiche, comprese nelle Province di Trento, Bolzano, Belluno, Udine e Pordenone e articolate su nove sistemi (Pelmo-Croda da Lago, Marmolada, Pale di San Martino-San Lucano-Dolomiti Bellunesi, Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave, Dolomiti settentrionali, Puez-Odle, Sciliar-Catinaccio-Latemar, Blettrebach, Dolomiti di Brenta) che coprono 142 mila ettari di territorio, sono state dichiarate poco più di due anni fa (giugno 2009) dall’UNESCO bene naturale dell’Umanità sulla base di due considerazioni principali: perché intrecciano in modo unico architetture verticali e orizzontali e perché condizioni eccezionali di preservazione consentono loro di essere uno straordinario riassunto della storia geologica globale.
Leggere verticalmente le pareti di queste montagne ci permette di scorrere una sull’altra, come in un gigantesco calendario pietrificato, le pagine della storia della terra, mentre la loro lettura orizzontale permette fisicamente di sperimentare l’antica geografia di quelle che milioni di anni fa erano isole emergenti dal mare.
Proprio il fatto di essere quello che resta di antichi atolli pietrificati è probabilmente l’aspetto più noto e caratteristico: le Dolomiti rappresentano uno dei migliori esempi di conservazione di ambienti tropicali e scogliere fossili del Mesozoico (il periodo compreso tra 251 e 65 milioni di anni fa), compresa la testimonianza degli organismi costruttori che le edificarono. Come già aveva intuito correttamente Ferdinand von Richthofen alla metà del 1800, dal fianco di una montagna si può ricostruire la scarpata di un’antica isola e da un verde pascolo alpino il fangoso fondo di un oceano. E’ così oggi possibile, percorrendo i vari sentieri che attraversano ogni luogo di queste montagne, camminare nelle antiche lagune, visitare il margine delle scogliere dove le onde si frangevano su spugne e coralli per poi scendere giù lungo l’antica scarpata per raggiungere il fondo del mare posto mille metri più in basso.
Nelle rocce dolomitiche sono custodite anche le ragioni della più grande estinzione della storia della vita: un evento catastrofico che tra Permiano e Triassico (251 milioni di anni fa) portò all’estinzione di oltre il 95% di tutte le specie marine e circa il 70 % delle specie di vertebrati terrestri esistenti. Un progetto di studio sostenuto dalla Provincia di Bolzano e attualmente in corso si propone di indagare questo evento utilizzando le tecniche più moderne.
Nei duecentocinquanta milioni di anni leggibili nelle Dolomiti si inserisce anche lo studio dei vertebrati fossili. Dalle rocce del Bletterbach, profondo canyon all’imbocco della Valle di Fiemme, proviene la più ricca fauna del Permiano superiore (260-251 milioni di anni fa) ad oggi conosciuta, mentre nelle rocce delle Dolomiti settentrionali (Braies) sono documentate le prime orme di rettili triassici nell’arco alpino e alla base del monte Pelmetto, in piene Dolomiti bellunesi sono state individuate venticinque anni fa le prime orme di dinosauro segnalate in Italia.
Al di la del loro valore scientifico le Dolomiti possiedono però un altro valore: quello sociale, culturale ed economico. Integrare la protezione di un territorio con il suo sviluppo sostenibile come promosso dall’Earth Science Division dell’UNESCO è la carta vincente per il futuro: conservazione e conoscenza dei beni culturali sono elementi fondamentali anche sul piano della promozione turistica di un territorio. Chiave di volta dell’intera operazione come si augura la neonata Fondazione Dolomiti UNESCO, dovrebbe essere la progressiva sostituzione del visitatore tradizionale con il turista consapevole che nel medio e lungo termine traduce il valore aggiunto del territorio in una cascata di tangibili benefici.
(Marco Avanzini – 6 agosto 2011)
Dott. Marco Avanzini
é conservatore responsabile della sezione di Geologia presso il Museo delle Scienze di Trento. Le sue ricerche sui rettili condotte nelle Dolomiti negli ultimi anni hanno portato alla preziosa collaborazione con il Museo della Val Gardena, che vanta un’importante sezione dedicata all’affascinante geologia delle Dolomiti. Tra l’altro si trovano qui esposti i resti fossili dello scheletro del grande ittiosauro (lucertola pesce) Cymbospondylus rinvenuto negli starti di Livinallongo del Monte Seceda da Johann Comploj e Mainhard Strobl. Trattasi del più antico esemplare ritrovato fino a oggi nelle Alpi (225 milioni di anni fa).

Bletterbach: Il canyon del Bletterbach, uno dei nove sistemi dolomitici riconosciuti dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità. Dalle sue rocce policrome proviene l’insieme di tracce di vertebrati fossili più significativo al mondo per il Permiano superiore (260-251 milioni di anni fa). Foto M. Avanzini

Cinque Torri: Pecore al pascolo ai piedi delle Cinque Torri che dominano la conca di Cortina d’Ampezzo. Foto M. Avanzini

Odle: Il gruppo delle Odle nelle Dolomiti settentrionali visto dal Rifugio Brogles. Foto M. Avanzini

Conferenza Ortisei: Per la seconda estate di seguito il Museo della Val Gardena ha invitato Marco Avanzini per una conferenza ad Ortisei, que per il maltempo si è tenuta nella biblioteca della Cësa di Ladins (e non allaperto cocme previsto). La direzione del Museo ringrazia tutti coloro che hanno contribuito all’organizzazione mettendo a disposizione la loro infrastruttura logisita e tecnica: Union di Ladins de Gherdëina. Associazione Turistica Ortisei e Gardena Marketing, Istituto tecnico Raetia di Ortisei, e tutti i collaboratori volontari del Museo.

